Abel Balbo: "Con Montella la viola può tornare a volare

di Michela Lanza

Esclusiva con l'ex bomber di Udinese, Roma e Fiorentina, oggi tecnico dell'Arezzo

Un giocatore che in Italia ha lasciato il segno ovunque e oggi è l’allenatore dell’Arezzo, squadra con la quale ha un unico obiettivo: «Il mio è stato un ritorno. Avevo guidato la squadra nel 2010 prendendola in una situazione disastrosa a livello di classifica, ma mi sono trovato molto bene. Ecco perché quando mi hanno chiamato per chiedermi se volevo tornare ho accettato. Mi piace lavorare sul campo e qua lo posso fare serenamente. L’ambizione è quella di vincere il campionato e poi, a livello personale, di poter fare un domani una carriera diversa. Magari andare ad allenare il Real Madrid, se possibile. Sono un ambizioso». Ecco, questo è Abel Balbo, ‘vecchia’ conoscenza viola ed ex centravanti che non ha bisogno di presentazioni (in serie A ha segnato 117 reti in 253 presenze). È arrivato in Italia, a Udine, appena diciottenne quando il campionato italiano era ancora il più difficile e ambito dai più forti giocatori del mondo («Non ero ancora pronto per l’Italia – ha ammesso – ma a Udine mi hanno accolto e fatto crescere»). Via dal capoluogo friulano dopo 4 anni, si è stabilito a Roma per poi lasciarla per una ‘toccata e fuga’ vincente a Parma (in un anno ha vinto una Coppa Italia e una Coppa Uefa), un’esperienza Champions a Firenze e quindi tornarci appena in tempo per vincere il tricolore. Nella sua lunga e brillante carriera di bomber ha conosciuto e giocato con Gabriel Batistuta e col nuovo tecnico viola, Vincenzo Montella, come ha raccontato in esclusiva al Brivido Sportivo.
Abel, iniziamo proprio da Montella. Avete giocato insieme a Roma e vi conoscete bene. Che compagno era e che uomo è l’Aeroplanino?
«Straordinario. Un ragazzo molto semplice, umile, alla mano. Uno con qualità da grande campione in campo e qualità umane straordinarie. Un compagno col quale personalmente mi sono trovato molto bene».
Aveva personalità nello spogliatoio della Roma?
«Sì, assolutamente. Non fatevi ingannare dalla sua statura, era un giocatore dalla grande personalità. Lo era fuori dal campo, dove tra l’altro è una persona molto intelligente che quando parla sa quello che dice e sa come approcciarsi, e lo era in campo perché quando la Roma era in difficoltà lui sapeva tirar fuori la giocata, faceva gol, si prendeva la squadra sulle spalle. E questo lo fanno solo i giocatori dalla grande personalità».
“FURBO? È UN NAPOLETANO. E STA DIMOSTRANDO DI MERITARE L’OPPORTUNITA’ AVUTA DI ALLENARE UNA GRANDE”
Ci fa un ritratto del carattere di Montella? Si dice che sia, tra le altre cose, tosto e furbo…
«Caratterialmente è molto tranquillo e sereno. Sicuramente è un grande professionista. Lo era da calciatore e lo sarà sicuramente ancor di più da allenatore, un ruolo dove le responsabilità sono diverse e maggiori. Sono sicuro che difficilmente lo sentirete urlare o maltrattare qualcuno, ma si sa far rispettare. Tosto e furbo? Sì, è un napoletano – scherza Balbo – ma soprattutto, ripeto, è un ragazzo intelligente che sa quando deve usare la battuta e quando invece c’è bisogno del pugno di ferro. Non usa un sistema autoritario per gestire il gruppo. Quando si è troppo autoritari, si ha poca personalità. Essere autoritari è facile: ordini e basta. Invece siamo (io e lui la pensiamo alla stessa maniera) per una gestione più democratica in quanto, avendo grande personalità, puoi comunque farti valere e rispettare».
Ha già messo anche delle regole nel gruppo insistendo su un punto fermo: la disciplina che, secondo lui, alla lunga può portare punti.
«Eh sì, sono d’accordo con Vincenzo. Le regole ci devono essere perché se tu sei ordinato ed educato fuori dal campo, significa che dopo lo sarai anche sul rettangolo verde. Ormai il calcio è così equilibrato che a volte perdi o vinci una partita per una questione di disciplina, di concentrazione».
C’è chi dice che, seppur alleni da pochissimo tempo, sembra avere l’esperienza del veterano in panchina. Lei ritiene sia così? E, se sì, quanto si intuiva questa sua predisposizione a diventare tecnico quando prendeva a pallonate le difese avversarie?
«Io la penso così: l’opportunità di allenare una squadra importante in serie A la può avere chiunque, e lui l’ha avuta come l’hanno avuta tanti altri giovani allenatori. Poi però dimostri che sei bravo quando sai rimanere a certi livelli e mantieni le aspettative. Lui ha dimostrato di essere bravo ed ha fatto molto bene. Ha iniziato con la Roma ed ha fatto bene, è andato a Catania e ha fatto benissimo, adesso è a Firenze dove può sicuramente confermare quanto di buono ha già fatto vedere. Ripeto, l’opportunità la può avere chiunque: c’è chi conosce il politico di turno, chi è il ‘figlioccio’ del presidente, chi ha conoscenze, chi ha più fortuna. Alla fine, però, se non sei davvero bravo non vai avanti. E lui bravo lo è e già si capiva quando giocava. Di solito già da come uno si esprime da calciatore può lasciare intendere una predisposizione futura nel fare l’allenatore, poi non è detto che lo faccia perché capita che una volta appesi gli scarpini al chiodo, qualcuno decida di non allenare e preferisca professioni con meno responsabilità. Ma in generale, se tu sei uno disciplinato, un professionista serio, stai attento ai dettagli, cerchi sempre di studiare l’avversario per vedere in che modo lo puoi ‘raggirare’ per fargli gol, è come se tu allenassi già da calciatore. Lui era così».
Ci racconta un aneddoto di Vincenzo giallorosso?
«Ricordo che a volte ero dispiaciuto per lui perché Vincenzo meritava di essere titolare di quella squadra (quella dello scudetto 2000-01 ndr), mentre spesso non giocava neanche cinque minuti (almeno nella prima parte del campionato). Poi nel girone di ritorno, quando si è fermato Batistuta, iniziò a segnare lui facendo la differenza. Quindi di quel periodo insieme a Roma mi tornano in mente la sua professionalità e la sua correttezza, perché in quel momento davvero avrebbe potuto mandare a quel paese l’allenatore. Difficile vedere uno come lui, dei suoi livelli, stare fuori e continuare ad allenarsi educatamente e con la massima serietà, aspettando il proprio turno».
“LA NOSTRA ROMA LA PIU’ FORTE, LUI AVREBBE POTUTO PRETENDERE DI PIU’ DA CAPELLO. LE PRESSIONI? LE SENTE E SA GESTIRLE”
La vostra Roma è stata la più forte secondo lei?
«Come rosa penso di sì. Ed ha vinto poco. Il campionato seguente, secondo me, era più facile da vincere di quello del 2000-01 e con un’altra gestione quella squadra avrebbe potuto fare molto di più, perché il valore era assoluto».
Tornando a Montella: è un tipo che sente le pressioni della piazza e che, secondo lei, si fa condizionare dai giudizi esterni?
«Uno che ha giocato ai suoi livelli, le pressioni le sente ma le gestisce. Roma è una piazza dove le pressioni sono tante, come Firenze. Poi è normale, una città importante come quella toscana dove c’è una sola squadra, dove tutti sono tifosi di quella squadra, vivono per quella squadra, le pressioni aumentano. Però credo che questo abbia anche aspetti positivi, soprattutto quando si arriva alla domenica. Io mi ricordo sempre che quando dovevo venire a Firenze a giocare da avversario, temevo il Franchi perché era un campo difficile, ostico. Poi quando ho avuto la fortuna di giocare con la maglia della Fiorentina, ho capito che quando giocavamo in casa avevamo un’arma in più: campo stretto, con tutta la gente ‘addosso’ a sostenerci. Insomma, le pressioni sono negative e positive, ma vanno sapute gestire e Vincenzo lo sa fare».
“VINCENZO E’ FELICE DELLA SUA SQUADRA ‘CACIO E PEPE’. PIZARRO INSOSTITUIBILE, JOVETIC FACCIA LA TESTA DI LEONE DEI VIOLA”
Si può dire che questa sia la Fiorentina di Montella?
«Per le caratteristiche dei giocatori che sono arrivati, sì, è la Fiorentina di Montella. Credo che ogni uomo sia stato una sua scelta. Ormai nel calcio non sempre l’allenatore sceglie i giocatori. Anzi, nella maggior parte delle società sono i dirigenti che scelgono i giocatori e li mettono a disposizione del tecnico dicendogli “Allena questi”. Invece a Firenze penso, anche se non so se poi è realmente così, che i giocatori arrivati siano stati scelti da Vincenzo. E’ uno a cui piacciono il bel gioco e giocare in attacco, quindi ha optato per alcuni elementi che conosceva così da non sbagliare. Sa che non falliscono. Calciatori tra l’altro di altissima qualità, bravi tecnicamente, che hanno già una storia calcistica importante alle spalle. Ho parlato ieri con lui (18 agosto ndr) e mi ha detto che è contento della squadra che ha a disposizione. “La squadra è forte” mi ha detto».
Ci dà un giudizio su Pizarro (Montella ha detto che il suo più grande difetto è che la squadra non potrà fare a meno di lui) e su Aquilani (magari un confronto con Montolivo).
«Ha ragione Montella. Pizarro quando lo vedi dici “Buon giocatore”. Poi quando gioca e lo conosci veramente ti rendi conto di quanto sia importante per la squadra. Ha una gestione della palla incredibile, non la perde mai, dà i tempi di gioco, sa fare tutto al momento giusto. Per chi come Vincenzo ha in mente un gioco offensivo, Pizarro è il massimo. Per quanto riguarda il confronto Aquilani-Montolivo, sono giocatori abbastanza simili, entrambi molto bravi. Più o meno si equivalgono».
Jovetic sembrava poco convinto di restare, adesso forse lo è un po’ di più. Cosa ne pensa di questa vicenda?
«Jovetic ha ambizioni come tutti i ragazzi giovani e bravi come lui. Se dovessi dargli un consiglio gli direi di rimanere a Firenze. C’è una società che vuole far bene, con una proprietà economicamente forte e una squadra in cui lui può fare il leader, il numero uno. Io preferirei fare la testa del leone in una squadra come la Fiorentina piuttosto che fare la coda del topo in un’altra squadra, anche se più importante».
È una Fiorentina ‘romana’: da Pradè a Montella, a qualche ex giallorosso (compreso Lupatelli che, non ci dimentichiamo, come lei ha vinto lo scudetto nel 2000-01). Ma è anche una Fiorentina molto tecnica, gli arrivi di Fernandez e Borja Valero e la permanenza di Jovetic e Ljajic ne sono la testimonianza. Si può dire che è una squadra ‘cacio e pepe’?
«Non penso che faccia molto piacere ai fiorentini – risponde divertito – ma è una definizione che ci può stare. È una Fiorentina molto tecnica, fantasiosa, ‘piccante’. Io penso che Vincenzo nella scelta dei giocatori sia andato sul sicuro puntando su calciatori bravi e di personalità, soprattutto per quanto riguarda quelli importanti, del reparto chiave di centrocampo».
Ha giocato insieme in giallorosso anche a Mihajlovic. Che ne pensa della sua esperienza sfortunata a Firenze?
«Ci ho giocato insieme a Roma nell’unico anno in cui lui non ha fatto neanche un gol su punizione – ricorda con simpatia Balbo –. Per quanto riguarda l’esperienza viola, penso sia arrivato a Firenze in un periodo nel quale c’era aria di cambiamento e dove c’era da assestare e riorganizzare il futuro. A volte fai un buon lavoro senza ottenere grandi risultati. E non significa non aver lavorato bene. Questo, secondo me, è il suo caso: lui ha lavorato molto bene pur non ottenendo risultati immediati. E se oggi la Fiorentina è in grado di presentare un nuovo progetto è anche merito suo».
C’è chi dice che Sinisa sia molto più buono di quello che sembra, al contrario di Montella che è molto più risoluto di quello che appare.
«Di solito – scherza Balbo – quelli più piccolini sono più ‘rompipalle’ no? Sì, comunque è così: Sinisa da fuori lo vedi e sembra uno duro, sempre arrabbiato. Poi è un ragazzo molto alla mano, gradevole».
Facciamo un passo indietro: lei ha passato tanti anni a Roma per poi lasciarla per le esperienze a Parma e Firenze e tornarci col suo amico Batistuta giusto in tempo per vincere uno scudetto. Che ritorno è stato il suo nella Capitale? E quanto invece fu difficile per Bati lasciare Firenze?
«Sono tornato nonostante fossi alla fine della mia carriera per avere la soddisfazione di provare a vincere qualcosa, seppur non da protagonista. Per quanto riguarda Bati, credo che a lui sia successo quello che era successo a me quando ho lasciato la Roma la prima volta. Arriva un momento in cui, dopo aver dato tanto ed essere arrivato ad una certa età, scegli di provare a vincere qualcosa. Gli dispiaceva molto lasciare Firenze, ma andava in una squadra dove poteva battersi per lo scudetto. Scelta, la sua, arrivata tra l’altro quasi a fine carriera».
“CAROGNATE ALLA NOSTRA FIORENTINA! AVREMMO POTUTO VINCERE LA COPPA CAMPIONI NON CI AVESSERO ‘DERUBATO’ A VALENCIA”
Al di là della voglia di vincere qualcosa, c’è stata la sensazione da parte di voi giocatori che fosse l’inizio della fine della Fiorentina, visto quello che è successo dopo due anni?
«Sinceramente non c’era questa percezione ancora. Si parlava di debiti della società, ma erano di poco valore rispetto a quelli di altre squadre. Veramente quello che è stato fatto alla Fiorentina di Cecchi Gori è stata una carognata. Quindi penso che Gabriel abbia lasciato Firenze solo per la voglia di vincere qualcosa».
E dell’anno con Trap a Firenze, che ricordi ha?
«Di Firenze ho ricordi bellissimi. È una città stupenda. Abitavo a San Domenico, un posto fantastico dove sono stato molto bene. Poi ho avuto la possibilità di giocare la Champions con il Trap che è un personaggio davvero particolare. Un’atmosfera unica. Sono stato contento di aver avuto la possibilità di giocare a Firenze, davvero. È stato un anno molto importante calcisticamente».
Il gol ai campioni d’Europa del Manchester United è stato il momento più bello della sua stagione fiorentina?
«Non è stato il gol più bello, ma il più importante proprio per la rilevanza di quella partita. Ricordiamoci che il Manchester arrivava a Firenze da Campione d’Europa. Era come il Barcellona di adesso: una squadra che si mangiava tutti gli avversari che incontrava. E noi li mettemmo sotto vincendo 2-0: fu una soddisfazione molto bella per tutta la città».
Quanto mancava alla Fiorentina di Cecchi Gori per fare il salto di qualità?
«Un po’ di fortuna. Se andiamo a guardare, ci hanno fatto fuori dalla Coppa dei Campioni ‘rubandoci’ perché il gol che segnammo a Valencia era valido. La squadra era forte, era convinta di quello che stava facendo. Sicuramente formidabile dal centrocampo in su, forse con qualche lacuna in difesa dove però avevamo un Toldo che parava tutto. Una squadra che avrebbe potuto (qualcuno mi darà di matto) vincere la Coppa quell’anno. Se ci pensi bene, siamo andati fuori dal girone con 8 punti (è passato il Valencia con 10 ndr): una cosa praticamente incredibile».
“BATI IL PIU’ FORTE DI SEMPRE, PENALIZZATO SOLO DAL SUO CARATTERE CHIUSO. ALLA VIOLA DI OGGI MANCA… DESTRO”
Tornando a Bati: ci racconta il vostro rapporto e se vi sentite e vi vedete ancora oggi?
«L’ho visto a gennaio perché ero in Argentina, ma ci sentiamo poco da quando lui è tornato a vivere in patria e io sto qua. Il nostro, comunque, è un rapporto di grande affetto e amicizia».
Bati è sempre stato apprezzato come campione, ma meno come persona. Forse per colpa del suo carattere introverso, riservato e chiuso?
«Sì, è vero. Questo suo carattere in effetti lo ha penalizzato molto perché non si è fatto apprezzare per quello che è veramente. È stato un po’ un suo limite»
Batistuta è stato il centravanti più forte della storia della Fiorentina?
«Difficile trovare uno che abbia fatto meglio di lui».
Lei e Bati avete giocato anche un Mondiale ‘sfortunato’ insieme in una grande Argentina con Maradona (Usa 1994). Dove sarebbe arrivata quella squadra?
«Avrebbe vinto il Mondiale. È la squadra più forte nella quale abbia mai giocato. Una squadra di lusso dal centrocampo in avanti: ci giocavamo io, Simeone, Redondo, Maradona, Caniggia e Bati».
Quante reti avrebbero segnato attaccanti come voi nel campionato di adesso?
«Molte di più di quelle che segnavamo prima. Uno come Bati avrebbe fatto più di 30 gol sicuramente».
A proposito di centravanti, a Firenze adesso manca solo una punta. Quali caratteristiche farebbero al caso della Fiorentina?
«Montella vorrebbe un finalizzatore da 20 gol a stagione. Giocatori forti tecnicamente li ha, a lui serve uno che finalizzi l’azione e sbagli poco davanti alla porta. Per la Fiorentina, Destro sarebbe stato il top: è giovane e ha le caratteristiche dell’attaccante che manca oggi alla squadra di Vincenzo».
“FIORENTINA E ROMA POSSONO SOGNARE L’EUROPA E NON SOLO IN UN CAMPIONATO DI COSI’ BASSO LIVELLO…”
La Roma di Zeman, la Fiorentina di Montella e l’Udinese di Guidolin: fa un pronostico sul campionato che faranno queste tre squadre?
«Saranno tutte e tre protagoniste. Devono essere fortunate, intelligenti e furbe a cercare di approfittare di questo campionato, perché sarà un torneo di basso livello e formazioni come Roma, Fiorentina e Udinese possono dire la loro. Potranno togliersi delle soddisfazioni».
La Fiorentina può arrivare in Europa?
«Assolutamente sì. Penso che la Fiorentina e la Roma, così come ha fatto l’Udinese negli ultimi anni, possono aspirare anche a qualcosa di più perché, ripeto, il livello del campionato è più basso. È un anno da tenere d’occhio e per questo, se possibile, da approfittarne».
A proposito di Udinese. Ogni anno cede i suoi uomini migliori, ma riesce sempre a ripetersi nello stupore generale. Cos’ha di magico?
«Lavorano bene, sono intelligenti e bravi. Vendono tutti gli anni i giocatori migliori perché dietro ne hanno altri che sono uguali se non superiori. Anche quest’anno presenterà una squadra molto competitiva con questo Muriel che è un giocatore straordinario e sarà la rivelazione del campionato. Loro investono molti soldi in questo lavoro: mandano in giro tanta gente a vedere le partite in tutto il mondo e un’organizzazione impeccabile. Lo scorso anno sono andato a trovare il presidente Pozzo, era un po’ che non ci andavo, e ho visto infrastrutture che sono di prim’ordine a livello europeo: insomma c’è tutto. Addirittura stanno pensando di assegnare un preparatore atletico per giocatore. Loro vanno avanti, non hanno paura. Sanno lavorare. Penso che sia l’unica società ad ottenere ottimi risultati guadagnando pure qualcosa».
Fiorentina-Udinese inaugura il campionato: che partita si aspetta?
«Sicuramente tosta».

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