Un Europeo di normale amministrazione. Battuti due volte solo dalla Spagna...

di Michela Lanza

Ci hanno provato in ogni modo a far credere agli italiani che la nostra squadra fosse una Cenerentola dell’Europeo. Che fosse quella che avrebbe dovuto fare miracoli per arrivare dov’è arrivata, con merito. La realtà, ad essere obiettivi, è tutt’altra. Ovvero che Cesare Prandelli, che col suo savoir-faire in fatto di vendere la propria immagine è un numero uno, ha avuto alle mani un’ottima squadra (da lui scelta). Andiamola ad analizzare.
In porta c’era sempre un signor numero 1 di nome Buffon, che è superfluo commentare. È ancora il più grande oltre ad essere un capitano e a saper comandare la difesa. La sua difesa, visto che tre/quarti del reparto difensivo azzurro è stato prelevato in blocco dalla Juventus (Barzagli, tornato ai fasti di quando diventò campione del mondo nel 2006, Bonucci che ha giocato un ottimo Europeo nonostante pendesse su di lui il fardello dell’essere indagato e Chiellini, che non ha certo bisogno di presentazioni). La coppia di centrali si è dimostrata affidabile e concreta durante tutto il campionato e, fino a prima della finale, anche all’Europeo, e Chiellini è tornato al suo vecchio ruolo, quello di terzino, risultando efficace in fase difensiva e offensiva. Insomma, tre/quarti di retroguardia azzurra era formata dalla miglior difesa del campionato. A destra, poi, dopo l’errore di aver provato Maggio nel ruolo di terzino (nell’amichevole contro la Russia), Prandelli è tornato giustamente sui suoi passi prima proponendo un 3-5-2 più consono all’esterno del Napoli, poi ritornando al 4-3-1-2 preferendogli Abate del Milan. In alternativa a sinistra ha fatto molto bene il palermitano Balzaretti, che quando è stato chiamato in causa ha ben figurato. In pratica quella dell’Italia era una difesa solida che non sarà certo stata quella impenetrabile del 2006, ma che rispetto ad altre difese di squadre anche blasonate osservate in Polonia e Ucraina ha certamente qualcosa in più, fosse solo per il fatto che tatticamente agli italiani non si insegna niente.
Il centrocampo, poi, era il reparto più forte degli azzurri: De Rossi è un mastino che abbina quantità e qualità oltre all’esperienza, Montolivo e Thiago Motta (che si sono alternati) sono giocatori di sicuro livello che hanno fatto negli anni le fortune delle proprie squadre (il primo addirittura nelle ultime partite è andato più volte al tiro in porta), e Marchisio è un giocatore ‘fatto’ che ha assimilato quella mentalità vincente che serve per spiccare il volo, che ha dimostrato personalità, che è stato definito ‘il nuovo Tardelli’ e che ha maturato negli ultimi due anni (dopo che Lippi lo aveva fatto esordire ai Mondiali del 2010) l’esperienza giusta per guadagnarsi a ragione una maglia da titolare in Nazionale. Poi la ciliegina sulla torta che risponde al nome di Andrea Pirlo: un giocatore eccelso, che non ha niente da invidiare ai palleggiatori della Spagna, anche se lui a differenza dei campioni delle Furie Rosse, ha il passo meno svelto perché preferisce fare viaggiare il pensiero. È quel giocatore che è sempre nel posto giusto nel momento giusto, ha un grande senso della posizione che gli permette di intercettare una marea di palloni a centrocampo e far ripartire ogni azione della propria squadra, è colui dal quale passa il gioco della Nazionale e che riesce a creare azioni da gol con le sue incredibili e perfette verticalizzazioni, spesso ben sfruttate dagli attaccanti azzurri. La squadra di Prandelli si è specchiata nel gioco di Pirlo ‘succhiando’ il meglio di questo giocatore che, a detta di chi si intende di calcio, era il 60-70% degli azzurri.
Arriviamo all’attacco. L’Italia aveva l’imbarazzo della scelta e il c.t. ha optato per rinunciare ad un centravanti vecchia maniera (i fatti gli hanno dato ragione). Così, ha sognato e mandato in campo la coppia di ‘matti’ Balotelli-Cassano. Potenza e fantasia al servizio della Nazionale (con Di Natale e Diamanti come ottimi rincalzi). Due che non nascono certo in azzurro, due che sono abituati a stare ad alti livelli, ad essere protagonisti. Due ai quali non c’è da insegnare molto in termini di gioco, se non, a volte, un po’ di educazione. Ma due numeri uno in assoluto che hanno fatto sognare gli italiani e questo è il grande merito che va riconosciuto a Prandelli. Super Mario, poi, ha anche mostrato la sua versione tenera (l’abbraccio con la mamma e le lacrime dopo la finale persa sono già storia): come faranno a chiamarlo ancora Bad Boy?
Insomma, la Nazionale di Prandelli non sarà stata la super favorita, ma certamente (come la storia vuole e ordina, visto che 4 Mondiali e 1 Europeo vinti non sono noccioline…) una delle pretendenti ad arrivare alla finale. E l’ha fatto alla sua maniera, come tradizione vuole: rischiando nel gironcino, pareggiando con una Spagna generosa (soprattutto Torres), pareggiando con una Croazia abbastanza scarsa e vincendo senza scialare contro la vera Cenerentola dell’Europeo, l’Irlanda del Trap.
Arrivati ai quarti di finale, gli azzurri hanno affrontato una nobile decaduta del calcio (un po’ troppo chiamarla ancora ‘grande’). Un Inghilterra così non si era mai vista: impalpabile, irriconoscibile, inguardabile. Una vittima sacrificale che ha costretto comunque i ragazzi di Prandelli ad arrivare fino ai calci di rigore. E la cabala ha dato ragione a Buffon & Co. (Pirlo poi ha deliziato col suo cucchiaio di cui tutto il mondo ha parlato).
Ed eccoci arrivati alla Germania: contro i tedeschi gli azzurri sono stati impeccabili, hanno battuto davvero una grande, umiliandola quasi. Ad onor del vero, però, c’è da dire che i meriti del c.t. in questo caso sono minimi visto che siamo (e siamo felici di esserlo) la bestia nera della Germania (l’Italia non ha mai perso nelle 8 gare ufficiali contro i tedeschi – 5 ai Mondiali e 3 agli Europei). Infatti i tedeschi sono entrati in campo impauriti tanto da sembrare tutto fuorché panzer. Ma l’Italia non ha sbagliato niente e uno straordinario Balotelli ha bastonato Klose & Co.
I favori del pronostico erano per l’Italia con l’Inghilterra e per la Germania, seppur in maniera meno netta, in semifinale. I bookmakers vedevano solo due squadre più forti degli azzurri dai quarti in poi: Spagna e Germania. Ma sui tedeschi pendeva la tradizione e la nostra ‘etichetta di bestia nera’, forse ignorata dagli stessi bookmakers. E allora perché voler dire che è stato compiuto un miracolo? È come voler dire (o far credere a chi ci crede) che l’Italia è partita per la Polonia e l’Ucraina con una squadra scarsa. E non è assolutamente vero. Prandelli aveva tra le mani una squadra che aveva ancora in rosa 4 campioni del mondo del 2006, affiancati da giocatori di assoluto valore più o meno giovani e freschi, autori di stagioni da incorniciare. Poi c’ha messo del suo. Del resto è un allenatore abile e di sicuro valore, ma il materiale umano a sua disposizione non mancava assolutamente. Chiedere agli avversari dell’Italia…
L’unica squadra che aveva veramente nelle sue corde la possibilità di battere l’Italia era la Spagna e così è stato. Ci hanno battuti, anzi hanno fatto di più, ci hanno umiliati. A livello etico (rinunciando ad eliminarci facendo il biscotto con la Croazia nell’ultima gara del gironcino e rischiando di incontrarci in finale) e a livello di gioco, sul campo. Ci hanno mangiati, asfaltati, letteralmente spogliati di ogni sogno di gloria. E non perché sono solo dei mostri sacri, visto che in amichevole li abbiamo battuti e all’esordio li abbiamo bloccati sull’1-1, ma anche perché l’Italia per arrivare alla finale ha speso più energie. Prandelli ha spremuto la squadra, puntando sui ‘suoi’ titolari, rinunciando a mandare in campo giocatori più freschi. Ma per favore: smettiamola di attaccarci alle 24 ore di riposo in più che ha avuto la Spagna e non dimentichiamo che le Furie Rosse hanno giocato i supplementari col Portogallo e noi con la Germania abbiamo chiuso il discorso in 90 minuti (anzi in 45). Se l’Italia è arrivata col fiato corto, ci sarà un responsabile, no? Certamente non hanno convinto alcune scelte di Prandelli: né quella si schierare un Chiellini non al top dal primo minuto (dovendo rinunciare poi a lui e quindi dovendo ‘sprecare’ il primo cambio al 17’ del primo tempo), né quella di sfruttare il terzo cambio quando mancavano oltre 30 minuti al termine della gara e, di fatto, costringendo la squadra a giocare in 10 per mezz’ora. Ma col senno di poi è troppo facile puntare il dito sugli errori (o presunti tali, visto che un allenatore pondera sempre le sue scelte). E allora facciamo un applauso agli azzurri per un buon Europeo macchiato solo dalla sconfitta umiliante in finale (l’Italia non aveva mai perso 4-0 in finale e non subiva questo punteggio dal 1955), e facciamo un grosso in bocca al lupo al c.t. per il prossimo suo obiettivo: i Mondiali in Brasile del 2014. Per adesso, rispetto a quanto ottenuto a Firenze, ha fatto un passo in più arrivando a giocare la sua prima finale (a Firenze si è fermato in semifinale una volta in Coppa Italia con l’Inter e in semifinale una volta in Coppa Uefa con i Glasgow Rangers). Ci permettiamo di dire che ha vinto ancora una volta l’amore dei tifosi e della stampa, perché non a molti c.t. avrebbero fatto passare ‘indolore’ una sconfitta così pesante. Significa che lui lo merita e che ha lavorato bene non solo sul campo. Complimenti!

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